Vi vogliamo presentare quattro insetti legati all’acqua, facilmente osservabili nei nostri ambienti umidi.
È un’occasione per saperne di più ed apprezzare così la biodiversità dei nostri ecosistemi.
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Vi vogliamo presentare quattro insetti legati all’acqua, facilmente osservabili nei nostri ambienti umidi.
È un’occasione per saperne di più ed apprezzare così la biodiversità dei nostri ecosistemi.
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La sola presenza di specie animali o vegetali là dove non dovrebbero essere, può essere considerata una forma di inquinamento? Sì: si chiama inquinamento biologico, e talvolta può risultare assai grave.
Ne parleremo a proposito degli ecosistemi acquatici.
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In natura non è possibile trovare acqua pura, ma sempre soluzioni acquose di sali e gas disciolti.
Sono proprio le sostanze disciolte che differenziano un tipo di acqua da un altro, e ciò è dovuto alle straordinarie proprietà solventi dell’acqua stessa.
Nella cultura eschimese, la parola neve viene espressa in almeno 30 modi diversi, per evidenziarne le differenze di consistenza, grumosità, leggerezza, temperatura, dimensione dei fiocchi. Anche noi in Italia potremmo fare almeno una distinzione fra neve alpina e neve appenninica.
Di questa differenza ci accorgiamo spesso in Liguria: pur essendo una regione dal clima non eccessivamente rigido, se paragonato a quello di certe zone alpine, gli ambienti dell’entroterra della Liguria soffrono particolarmente gli inverni nevosi. A risentirne sono nello specifico i rimboschimenti di conifere come l’abete rosso, detto anche peccio, e il pino nero, detto anche pino austriaco.
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Se non fosse tragico, se non si trascinasse dietro l’immagine di morte e distruzione, questo paradosso sarebbe quasi buffo. E il paradosso è che viviamo in un’epoca fatta di GIS, di guidatori satellitari e di bande larghe, di acceleratori di particelle e di computer a comando vocale. Non mai c’è stato, in tutta la storia umana, un periodo in cui maggiore fosse la conoscenza delle leggi che regolano la natura, dell’intima struttura della materia, delle dinamiche ecologiche. Oggi c’è chi si laurea in scienze ambientali, chi si specializza in idrogeologia.
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Le catastrofi naturali sono di due tipi: quelle provocate da cause geologiche, endogene, come terremoti ed eruzioni vulcaniche, e quelle dovute a cause esogene, essenzialmente climatiche, come uragani, cicloni e trombe d’aria, ma anche idrogeologiche, come inondazioni, frane, valanghe, avanzata dei deserti e siccità. Nelle prime l’acqua non c’entra, nelle seconde sì.
Per le prime, noi non possiamo fare niente: l’unica cosa che possiamo fare è evitare al massimo i prevedibili danni, non possiamo impedire che accadano. Per le seconde, invece, il discorso è molto diverso.
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Meno costosi e più rapidi delle analisi di laboratorio, gli organismi noti come indicatori biologici sono uno strumento efficace per “fotografare” lo stato di conservazione di un ambiente acquatico e per valutare in maniera sintetica l’impatto antropico e l’inquinamento che ne deriva.
Il presupposto che porta all’uso degli indicatori biologici, sia per gli ecosistemi acquatici che per quelli terrestri, è dato dal fatto che le comunità viventi modificano la loro composizione (in numero di specie e in numero di individui) a seconda delle condizioni ambientali cui sono sottoposte. Così, mentre in condizioni naturali le comunità sono formate da molte specie, ciascuna presente con un numero limitato di individui, gli ambienti inquinati sono popolati da comunità composte da poche specie, ciascuna rappresentata da moltissimi individui: infatti, le poche specie capaci di adattarsi a situazioni difficili, e quindi di sopravvivere, non trovano più le specie competitrici o predatrici che ne limitano la crescita numerica.
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Molta dell’acqua dell’idrosfera è immobilizzata sotto forma di ghiaccio. I ghiacci si trovano distribuiti ai poli, a formare le calotte glaciali, o sulle parti più elevate dei rilievi continentali, costituendo i ghiacciai.
Quando la neve cade sul terreno, mostra una densità molto bassa: tra i minuscoli cristalli d’acqua che formano i fiocchi di neve è contenuta ancora molta aria. Col tempo, e con il peso di altra neve aggiunta in seguito, la neve subisce gradualmente una ricristallizzazione che, unita a una maggiore compattazione e all’espulsione della maggior parte dell’aria, determina la formazione del ghiaccio. Il ghiaccio ha densità molto maggiore rispetto alla neve, ma resta sempre di poco più leggero dell’acqua.
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Non è netta la distinzione tra erosione superficiale ed erosione torrentizia: già durante un’abbondante pioggia, su un terreno privo di vegetazione, le acque dilavanti tendono a disporsi seguendo un sistema di numerosi solchi, che incidono il suolo secondo linee parallele o confluenti tra loro.
Da tale processo, noto come ruscellamento, si passa poi alla erosione torrentizia vera e propria. Specialmente durante una piena, il torrente gonfio d’acqua scende a colpire, spesso con impressionante violenza, le pareti rocciose che ne delimitano l’alveo, e trascinando così a valle i materiali rocciosi e detritici.
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Vivere nell’acqua ha già un vantaggio: a differenza degli ambienti terrestri, dove l’aria in pratica non trasporta alcuna forma di nutrimento, negli ambienti acquatici l’acqua trasporta spesso grandi quantità di piccoli organismi e di detriti organici utilizzabili come nutrimento.
Per questa ragione molti animali non hanno bisogno di muoversi, ma attendono il cibo stando fermi: appartengono alla categoria del benthos fisso. In ambienti ricchi di rifugi, come ad esempio le coste rocciose, molti animali marini sono di conseguenza immobili, e si nutrono filtrando l’acqua per trattenere, con parti del corpo specializzate a tale funzione, le particelle nutritive in essa contenute: sono perciò detti organismi filtratori.
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