Se non fosse tragico, se non si trascinasse dietro l’immagine di morte e distruzione, questo paradosso sarebbe quasi buffo. E il paradosso è che viviamo in un’epoca fatta di GIS, di guidatori satellitari e di bande larghe, di acceleratori di particelle e di computer a comando vocale. Non mai c’è stato, in tutta la storia umana, un periodo in cui maggiore fosse la conoscenza delle leggi che regolano la natura, dell’intima struttura della materia, delle dinamiche ecologiche. Oggi c’è chi si laurea in scienze ambientali, chi si specializza in idrogeologia.
Eppure, appena successo il disastro (i disastri: due, uno in Calabria ed uno in Sicilia, quasi contemporanei) davanti all’attonito intervistatore televisivo sono comparsi un pastore e un contadino, uno di qua, e uno di là, a spiegarci quello che era successo. A spiegarci il perché, e finendo l’intervista (breve: c’è da fare, le mucche non aspettano, gli alberi hanno bisogno delle potature) allargando le braccia, con un mezzo sorriso amaro. Era logico, ci hanno detto. Doveva accadere.
Certo: ci dispiace. Ci è dispiaciuto vedere quell’agriturismo nuovo che non c’è più, quella casa frutto di 35 anni di risparmi, di mutui decennali e di sacrifici trascinata via da acqua e fango. Quelle masserizie ammucchiate sui carri (pardon, sui furgoni… ma era un’immagine di altri tempi, da pogrom, da fughe dinnanzi alle orde barbariche) fatte di oggetti indispensabili, o semplicemente di valore, di memoria dei fatti di una vita, ci mordevano il cuore.
Poi, finito il servizio, siamo rimasti a pensare. Da una parte la tecnologia che ci ha permesso di vedere i disastri in tempo reale, dall’altra il pastore, che portava al pascolo le sue mucche, un gesto millenario, sempre uguale. E ci è venuto il dubbio che anche là, su quei monti, si fosse fatto un errore; che in qualche modo ci fosse una relazione perversa tra il passato ed il presente, un presente segnato dalla importazione – anche là, su quei monti – di uno stile di vita troppo cittadino, troppo distante dall’osservazione quotidiana dei fatti naturali. In un’epoca in cui ci è motivo d’orgoglio l’aver dato la televisione e il cellulare anche a pastori e contadini, ci siamo dimenticati di chiedere loro in cambio la saggezza, quella che ci avrebbe evitato di costruire case (abusive o no, non importa) proprio su una frana, di deviare corsi d’acqua alterando l’equilibrio fra monti e valli. Con l’acqua non si scherza: solo in città, e neppure sempre, puoi fare a meno di questo avvertimento.
San Fratello e Maierato. Presto ce li dimenticheremo, i loro nomi subito, quella sequenza di una montagna gonfia d’acqua che si muove forse un po’ più tardi. E purtroppo, ad aiutarci a dimenticare quei nomi ci saranno altre San Fratello, altre Maierato, se è vera quella carta del dissesto idrogeologico d’Italia, dove le uniche regioni non segnate in rosso erano la Puglia e la Sardegna. Previsioni di rischio, elaborate grazie ad analisi altamente tecnologiche, mediante strumenti raffinati e modernissimi di indagine e di restituzione grafica. Risultato: tutto rosso.
C’era chi lo sapeva già, e forse non ha neppure finito le medie.
Altri articoli che potrebbero essere di tuo interesse
- Le forme erosive lungo i torrenti
- Sulle rive del lago di Massaciuccoli
- I climi d’italia
- Acqua in redazione
Tag: Acqua, Ambiente, Natura, Territorio


