Le catastrofi naturali sono di due tipi: quelle provocate da cause geologiche, endogene, come terremoti ed eruzioni vulcaniche, e quelle dovute a cause esogene, essenzialmente climatiche, come uragani, cicloni e trombe d’aria, ma anche idrogeologiche, come inondazioni, frane, valanghe, avanzata dei deserti e siccità. Nelle prime l’acqua non c’entra, nelle seconde sì.
Per le prime, noi non possiamo fare niente: l’unica cosa che possiamo fare è evitare al massimo i prevedibili danni, non possiamo impedire che accadano. Per le seconde, invece, il discorso è molto diverso.
Facciamo parlare i dati, e analizziamo due decenni: quello dal 1961 al 1970 e quello dal 1991 al 2000.
Negli anni ‘90 si sono verificate un numero di catastrofi naturali 3,2 volte maggiore di quelle verificatesi negli anni ’60: come prevedibile, non è aumentato il numero delle catastrofi di tipo geologico, ma quelle dell’altro tipo sì. Basterebbe questo dato per riflettere su quanto seri siano i problemi legati al cambiamento climatico e al dissesto idrogeologico.
Sempre paragonando i due decenni, si nota che il danno economico causato da tali calamità è cresciuto di 8,6 volte.
In particolare, le inondazioni hanno costituito circa un terzo delle catastrofi naturali totali, rappresentato almeno un terzo delle perdite economiche complessive e causato più della metà dei decessi.
Il numero di persone seriamente danneggiato dalle inondazioni nel mondo è salito ad 130 milioni fra il 1993 ed il 1997.
Oggi tutti quanti siamo sulle rive del lago di Massaciuccoli, e contiamo i danni, i campi allagati e le case sgomberate, le attività bloccate o compromesse. Sappiamo che è poca cosa, rispetto alle statistiche mondiali, ma non possiamo raccontarlo a chi è stato portato via in elicottero, a chi dovrà ricominciare una vita.
Per piccola che sia, una consolazione c’è. Forse è stata preparata dai fatti di Messina, o di Ischia, o dalla stessa Conferenza di Copenhagen.
Prima, per motivare le alluvioni, dai mezzi di comunicazione di massa venivano spesso invocate le cause più disparate. In genere tali cause si potevano riassumere a tre: gli eventi meteorici eccezionali, il dissesto idrogeologico di molte regioni italiane, e lo stato di incuria in cui versano gli alvei di troppi corsi d’acqua. Ma venivano dette in quest’ordine. E insomma, il problema principale era sempre la troppa pioggia, la natura che si accaniva sugli umani.
Oggi, finalmente, le alluvioni ci vengono spiegate ammettendo la contemporaneità delle cause citate (e per Massaciuccoli ed il Serchio se ne è aggiunta un’altra, quell’insolito sbalzo termico che ha fatto sciogliere improvvisamente la neve dalle montagne), e si segnala – di nuovo: finalmente – anche quella di aver costruito scriteriatamente degli edifici nello stesso alveo dei corsi d’acqua.
È un passo avanti, perché per combattere tutte queste cause, in qualche modo, di qualche arma adesso disponiamo. Possiamo provare a bloccare l’aumento dell’effetto serra, a sorvegliare meglio il dissesto idrogeologico, a finanziare opere di sistemazione idraulica. E a combattere abusivismo e “miopia” in campo edilizio. Ed è una consolazione, perché ci sentiremo meno soli… ormai lo dice anche la TV.
Mizio Ferraris


